Cheese!

La fotogenia è un vecchio ricordo. Per avere una foto decente basta scegliere il filtro giusto. È un attimo: un’aggiustatina e via, sembri appena tornata dalla spiaggia nonostante sia il 2 novembre!
Se proprio sei inguardabile insceni una duck face, una smorfia qualsiasi e il risultato lo porti a casa!
Esiste però una foto che non lascia scampo: clamorosamente senza filtri, deve rispettare alcuni requisiti base, non puó essere scelta tra 2 milioni d scatti, non è un selfie e stai pur certa che segnerà la tua vita.
È la fototessera per la carta d’identità.
Quei 40×35 mm che ti guardano ogni qualvolta apri il portafoglio. Quel fotoritratto che mostri sempre e comunque con imbarazzo. Si rinvengono storie di coppie scoppiate dopo il primo weekend insieme, stroncate sul nascere dal magico momento in cui alla reception di un albergo chiedono il documento. Il novello fidanzato, con aria scherzosa, ruba la carta per vedere la foto che rigorosamente risale ad almeno 6 anni prima ed è stata scattata o un sabato mattina in after oppure dopo 2 ore di palestra: “Ma sei tu?! Cioè la mattina appena sveglia sei così?! Sei così diversa…”
DONNE, NON ERA L’UOMO GIUSTO!

L’iter per il fatidico scatto è composto da 3 fasi:
LA DECISIONE: ok oggi è il giorno giusto! Ho appena fatto la tinta,sopracciglia e baffetti..sta volta esco da Dio! Evito solo la maglia color cammello perché “sbatte”…( bionda o mora,credetemi, il color cammello SBATTE!)

LA SCELTA DEL FOTOGRAFO: sono talmente convinta che questa sia la volta buona che non mi affido alle macchinette della stazione, vado diretta dal fotografo.
Entro nel negozio, sicura, convinta…
Come vedo lo sgabello e il fondo bianco, però, mi prende un attacco d’ansia! Ste luci poi…
No, è la volta buona! Ho anche fatto la tinta! Mi siedo… Ok,testa dritta… Dove cacchio devo guardare?? Oddio i capelli sulla fronte non vanno bene?! Sorridere con la bocca chiusa? Ma come si fa?
Ecco, la prima è venuta con gli occhi chiusi! Ora ci siamo! Sorrido…Fatta! Andata!

LA RESA: “Va bene, signora?” dice il fotografo tutto tronfio per il suo scatto. “Benissimo!” …mento sapendo di mentire.

Esco dal negozio e sospiro…
Segnata per altri 10 anni!image

BABBO NATALE NON ESISTE!!!

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Mi ero ripromessa di non scrivere articoli sul Natale, così, per evitare la fiera delle banalità: kg di troppo, parenti-serpenti-invadenti, corsa ai regali, reciclo di quelli poco graditi ecc… Bene,promessa infranta.
Non avevo fatto bene i conti: potrò mai vivere delle feste talmente tranquille da rischiare di essere banali? Io? Ma va là…
Anzi, sto Natale ha portato con sè la madre delle delusioni, uno shock irreversibile! Ho ri-vissuto l’esperienza devastante che da bambina ti sconvolge l’esistenza: ho ri-scoperto che babbo natale non esiste!
Voi direte “minchia a quasi 30 anni sei messa male!”
Vorrei vedervi al mio posto… Sì perché ne avevo 7 quando ho scoperto che mamma e papà aspettavano che mi addormentassi per mettere i doni sotto l’albero (e già lí trauma e insulti per avermi obbligata a rinunciare a dolci e dolcetti per “lasciarli a babbo natale”: alto tradimento!); ora,a 27,mi è stata proprio rovinata l’immagine del vecchio con la barba! Me l’hanno infangata, mi hanno privato dei mille sorrisi degli anni a venire davanti a qualsiasi cosa rappresenti l’uomo di rosso vestito.
Non mi credete??
Immaginatevi una serata tra amiche,una di quelle meravigliose cene prima di Natale che,è vero, ti mandano in sbatti per l’outfit ma hanno un alto tasso di divertimento assicurato. Ora immaginate di decidere di trascorrere il dopocena in un locale, uno dei soliti posti per intenderci, dove manco pensi di metterti giù da gara perché tanto ti senti “a casa”…
È il 18 dicembre e si respira atmosfera natalizia in ogni angolo della città,in ogni ristorante, in ogni luogo…anche lí,tanto che tutto lo staff del locale è vestito a tema.
Spuntano qua e là pon pon bianchi, cappellini Rossi… Anche le cubiste sono state contagiate dalla magia del Natale…sono svestite a tema pure loro… Aspetta… Ma c è anche un cubista……….. Uno di quelli con la tartaruga oliata a dovere, stra palestrato, stra unto e totalmente incapace di muoversi… Un classicone insomma, bersaglio di battute e commenti da parte di ambo i sessi.
Qui il racconto si interrompe: avete presente le inquadrature usate nei film, quelle che stringono sulla protagonista perchè 9su10 resta a bocca aperta davanti a qualcosa di sconvolgente? Ecco,il regista ha dato ordine di stringere su di me.

Il cubista si volta,toglie la giacca rossa,resta a petto nudo (a prova di FRIOL) alza la testa e rullo di tamburi….. è IL MIO EX!!!

Tralascio i messaggi di cordoglio e la solidarietà dei giorni a seguire da parte delle amiche presenti,compagne di sventura.
Il mantra è uno e uno solo: BABBO NATALE NON ESISTE!

Battiamo cassa

register-810546_640Ci sono posti in grado di ribaltarti la giornata: la cassa del supermercato è uno di questi.  Se varchi l’uscita indenne, stai pur certa che poche altre cose potrebbero mettere a repentaglio il tuo umore.

Il primo step è dato dalla scelta della cassa: una tarantella infinita perché il più delle volte ti ritrovi a zompettare da una fila all’altra. Diffida da chi si presenta con un solo cestello: c’è gente capace di infilarci la qualunque… gente che potrebbe sopravvivere mesi con quello che fa stare in un innocente cestello. Spesso chi ha un carrello all’apparenza stracolmo si rivela molto più celere.

L’avvento delle casse automatiche ha peggiorato la già complicata situazione: se arrivi a pagare senza aver chiesto l’aiuto dell’assistente ti senti come Jim Carrey in una settimana da Dio, improvvisamente ti ritrovi a cantare “I’ve got the power” e a riempire le borse con la sola imposizione delle mani.

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Dalla scelta della cassa al pagamento passa un lasso di tempo sufficiente da poterti traumatizzare: ecco alcune situazioni tipo.

Caso 1: la terza età che ti scavalca. Capita, hai voglia se capita, che uomini e donne all’apparenza tenerissimi, i dolci nonnini di turno, si trasformino in iene da corsia. Non hai ancora aperto il portafoglio per pagare che già ti fanno un pressing esagerato. In poche parole ti scansano, te li ritrovi in spalla: “Mi spiegate dove dovete andare?”

caso 2: il resto sbagliato e il lieto fine. Succede a tutti, sbagliare è umano; ti rendono meno soldi di quanti ti spettino. Ti senti una scolaretta alle prese con le tabelline, usi pure le dita sotto il banco per fare un calcolo rapido e quando ne  hai la certezza, avanzi un candido “Mi scusi, credo che abbia sbagliato a darmi il resto.” La commessa si scusa in tutte le lingue del mondo, tu tiri un sospiro di sollievo (perché un po’ la cosa ti imbarazzava) e tutto finisce a tarallucci e vino.

caso 3: il resto sbagliato e la/il commessa/o incazzoso. Identico al caso 2 fino a quando non contesti il reso. A sto punto chi sta dall’altra parte è convinto di aver ragione e si apre un teatrino fatto di “Li avevo messi qui sopra (con tanto di battito della mano per indicare la geolocalizzazione della banconota misteriosa) / Non li ha già messi via? /è sicura?/ Provi a guardare in tasca!/ Sono certa di averglieli dati.” Inutile negarlo: lì ti si annebbia la vista perché hai ragione e ti senti trattata come una ladra. Il tutto appesantito dalla presenza delle “iene da corsia” (vedi caso 1) che oltre a pressarti ti guardano con aria sospetta. Al che o cedi (il più delle volte si tratta di un paio di euro o giù di lì) o combatti fino all’ultimo magari pronunciando anche la fatidica frase “Mi chiami il direttore!” (wow! Battuta d’effetto!)

Se non vi siete mai ritrovate in una di queste situazioni, vi prego, ditemi dove andate a fare la spesa. O forse no… è più divertente così!

 

 

IO VIVO.

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Non intendo aprire qui un dibattito politico, religioso, culturale,…non è di certo la sede appropriata. Ne parlano tutti, ovunque: ogni genere di programma tv, ogni telegiornale, la radio, i quotidiani, il web… e la verità (quella vera, quella che disperatamente cerchiamo) probabilmente non la sapremo mai. Parigi è stata colpita, ancora una volta. Noi siamo stati colpiti, nuovamente.

Scossi e preoccupati ci chiediamo come vivere in questa prospettiva di terrore, come difendere la nostra libertà, come possiamo andare avanti in un mondo perennemente in stato d’allerta.

Ci siamo abituati a salire su un aereo domandandoci “Arriverò a destinazione?”. La paura di volare è stata sostituita dalla paura di morire per mano di altri, non per un’avaria al motore. Se il terrore fosse limitato al fatto di prendere un aereo, forse forse potremmo ancora tollerarlo. Invece no. Perché il nemico,oggi, è ovunque. Non è solo lì, non è localizzato in quel pezzo di terra tra la Siria e l’Iraq. Non rischi di incontrarlo solo in aeroporto. Non puoi individuarlo ed evitarlo. è questa la cosa che rischia di paralizzarci. Non puoi usare la logica: “Nella savana ci sono i leoni, evito la savana così evito i leoni”.

Qualche giorno fa hanno scoperto una cellula di demoni a Merano, località nota per i mercatini di Natale e per le terme. Tra una bancarella e l’altra, tra una sauna e una statuina per il presepe, si annidava il male. Anche lì, anche dove mai penseresti di trovare questo schifo, anche lì, dove erroneamente ti senti al sicuro.

Cosa dobbiamo fare? Arrenderci?  Basta concerti e partite di calcio? basta eventi? Il 31 ottobre i milanesi hanno tirato un sospiro di sollievo perché Expo si è concluso senza che qualcuno si facesse esplodere sul Decumano. A meno di un mese dal Giubileo siamo già in apnea: sia mai che spunti qualche bestia col mitra in mano pronta a giustiziarci uno ad uno.

Dobbiamo evitare le metropolitane? I treni? Ogni volta che compriamo un biglietto dobbiamo aver paura che sia di sola andata?

No. Non voglio vivere così. Al di là di tutte le precauzioni che prenderanno, delle misure di sicurezza ecc… io voglio sentirmi libera. Non voglio piegarmi al regime del terrore. Io voglio vivere, non esistere. VIVERE implica un enorme atto di fede. Fede in Dio, fede in una qualunque entità…ma in qualcosa dobbiamo pur credere. Non è il momento della resa, è il momento di alzare ancora di più la voce. Non dobbiamo lasciare che il male ci condanni ad una misera esistenza: DOBBIAMO VIVERE!

IL SILENZIO

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Parigi, la Tour Eiffel, la Senna,… il terrore, il silenzio.

“Il loro scopo è … distruggere la nostra anima, le nostre idee, i nostri sentimenti, i nostri sogni.”

Oriana Fallaci (La forza della ragione, 2004).

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5 PER MILLE

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Alcune donne la apprezzano, altre la considerano fondamentale… per altre ancora è un eccesso di forma: nel bene o nel male se ne discute parecchio. Sto parlando della galanteria. Onestamente la cosa mi ha sempre lasciata indifferente: le mani per aprirmi la portiera le ho, non mi arrabbio se un uomo si siede prima di me a tavola, non pretendo che mi si aiuti ad infilare il cappotto. Anche perché se nel farlo hai la stessa disinvoltura di un manichino di Zara… lascia perdere! Insomma, se sono gesti spontanei bene, altrimenti non insceno un dramma. Sia ben chiaro, non è un invito a comportavi con noi come se fossimo il vostro compagno di merende! Ma una donna (una normale, una modello base) resta colpita da altro. Per carità, qualche mosca bianca esiste: una mia vecchia conoscente smise di uscire con un uomo per come cercava le monete nel portafoglio: “Si è messo a rovistare con il dito nel portamonete…sembrava che avesse appena rubato in chiesa!”. Evito ogni genere di commento, era un caso limite.

Ma c’è un tasto che duole più degli altri: il vil denaro… i soldi! Sarò poco elegante ad utilizzare questo termine ma un sinonimo servirebbe soltanto a cercare di “raffinare” un argomento che molta classe non ha. Dal canto mio, non ho mai preteso nulla: se mi offri la cena ti ringrazio, altrimenti facciamo diviso due. Pure per i regali: mai avanzato richieste di alcun genere. Fino a qui tutto nella norma.

Conosco però donne a cui vengono chiesti “favori” di un certo peso. Credetemi, accade! Ho visto ragazze sentirsi chiedere parte dei soldi di un affitto dal fidanzato di turno (fidanzato…nn convivente!). Ho visto donne offrire cene su cene, pagare il parcheggio, il casello autostradale… sentirsi dire “senti, facciamo che vieni tu da me (100 km!), tanto fai benzina in Svizzera e la paghi meno!”. SENTI, FACCIAMO CHE RIEMPIO ANCHE UNA TANICA DI BENZINA, VENGO DA TE E DO FUOCO ALLA TUA MACCHINA! E già che ci sono decido di devolvere a tuo favore il 5 per mille.

Non parlo di coppie stabili o di famiglie: in questi casi credo sia doveroso aiutarsi l’un l’altro o comunque dividere le spese. No no! Questa è gente con cui prima di una pizza (che dovrai pagare) ci avevi condiviso solo un caffè (che avevi pagato). Che poi certe attenzioni non dovrebbero nemmeno essere considerate galanteria, semplicemente educazione.

L’estate scorsa, in vacanza, io e le mie amiche abbiamo fatto l’alba in una discoteca della riviera romagnola. Cari ragazzi, ve la menate tanto perché frequentate il club esclusivo, tentate di approcciare con tecniche assurde ma un drink non lo offrite manco morti da 5 minuti. Ci seguite pure fuori dal locale: il sole sorge e scatta l’ora piadina. Al chiosco, per gentilezza, vi chiediamo se anche voi avete fame. Con gli occhi del leone che punta la zebra annuite, sorridete, ringraziate, vi beccate la piada e sparite. Stiamo ancora aspettando 10 euro e 50 (50 centesimi per l’aggiunta di salse).

Ma si, dormite pure sonni tranquilli, MASCHI! Non abbiamo bisogno di “sponsor” e a fine serata la piadina ve la offriamo noi. Per il bacio della buona notte invece… chiedete alla mamma!

(alle mie amiche che hanno scelto di non devolvere il 5 per mille a certi soggetti e a quelle con cui ho mangiato quintali di piade)

Io amo il Pop

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è giunto il momento: come si dice in gergo “faccio outing”… online: IO AMO IL POP! Seriamente. Senza ritegno. E se Pop per alcuni fa rima con Trash… bene! Amo il Trash! E si, sento l’esigenza di sbandierarlo qui, ai 4 venti. La ragione è semplice.

Molti attribuiscono alla cultura popolare un’accezione negativa. Testarlo è semplice: se siete in fase di conoscenza con una persona, difficilmente ammetterà di seguire programmi come Uomini e Donne, il Grande Fratello, i vari reality e talk show considerati “tv spazzatura”.  Al che, mi vien voglia di interpellare il Divino Otelma per sapere com’è che NESSUNO GUARDA MA TUTTI SANNO. Tutti conoscono il significato del termine “tronista” (l’hanno pure inserito nel vocabolario), tutti sanno chi è Tina Cipollari,… ma nessuno segue certi programmi (“non ho mica tempo da perdere!” è la motivazione più gettonata)

Il mio parere personale è che questa gente, in realtà, è più aggiornata degli autori stessi! Sono loro le menti dei programmi, mandando loro le segnalazioni alla redazione della De Filippi! Non c’è altra spiegazione.

Ricordo una cena, qualche tempo fa: un venerdì sera come tanti, buon cibo, buon vino e il gruppo di amici di sempre …più una new entry. Dopo una settimana passata chi al lavoro chi sui libri, onestamente, la voglia di trattare di massimi sistemi era tanta quanto il desiderio di un cocomero il 31 dicembre. Avevamo voglia, anche e soprattutto, di scherzare e ridere. Beh, la new entry è stata una meteora nel nostro gruppo. Per lei eravamo (probabilmente siamo e saremo per sempre) un gruppo di caproni. Oh, scusa se non mi sono alzata in piedi sulla sedia in modalità “recita della poesia di Natale” per declamare “A silvia” di Leopardi (che poi Leopardi è proprio un personaggio allegro, noto per saper tener banco durante una cena!)

Non si vive di questo lo so bene, non appoggio nemmeno chi dice “Eh beh accendere la tv e guardare il telegiornale ti fa venir la morte! Meglio cambiar canale!” Per carità, diamo il giusto spazio a tutto… certi programmi non sono un ripiego.

Ma se io prima di dormire voglio guardarmi Uomini e Donne sarò libera di farlo senza essere etichettata come una capra? Mi diverto guardando tronisti e corteggiatrici… potrò farlo e dirlo senza che qualche bacchettone si rifiuti di dividere un pasto con me?

Per quanto ne so io, chi si prende troppo sul serio finisce sempre male.

I 25 anni SOCIAL

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ATTENZIONE: la lettura di questo articolo è vivamente consigliata a TUTTE. Che siate Winx, modello base, novelle Belen,(più avanti capirete) … qualsiasi numero di candeline avrete sulla vostra prossima torta di compleanno… leggetelo.

Tutto ciò che sto per scrivere è da intendersi “FISICAMENTE PARLANDO”, in relazione alla nostra quotidianità in cui i Social, volere o no, sono più che presenti.

Faccio parte di quella categoria (donna modello base) che quando apre Instagram si sente una catecumena, un’educanda. Perché se fino a qualche tempo fa il cambiamento che il corpo affronta tra i 25 e i 30 anni era un cambiamento “intimo”, una presa di coscienza personale, oggi non è più così. Certo, prima c’erano le riviste e la tv a sfornare modelli di donna fatti apposta per metterci in crisi. Ma oggi.. .Oggi è tutto più “bombardante”! Oggi se sei in attesa della metropolitana per andare in palestra e guardi Instagram ti vien voglia di fare dietro front e andarti a scofanare tutti gli scaffali dell’Esselunga. E sfatiamo ancora una volta il mito che vuole le donne “covo di vipere” pronte a mordere la prima gnocca di turno.  La reazione non è dettata dall’invidia…semplicemente ci domandiamo: “Ma Veramente?! Ma come fanno ad essere così?”

La stagione appena conclusa, poi, non ci è stata d’aiuto. In estate, per una modello base, gli orli degli shorts si allungano di qualche centimetro, compaiono le prime protezioni solari al posto degli oli che qualche anno prima ci facevano sembrare appena uscite da un piatto di tempura più che dalla cabina della spiaggia. Guardando la generazione delle Winx (le 20enni d’oggi) sfilarci davanti con brasiliane che manco Gisele Bundchen iniziamo a sentirci un po’ vintage (genere che ha sempre il suo fascino). E, prendendo il coraggio a due mani, ci facciamo selfie che il 90% delle volte non pubblicheremo sui social perché “Ma ti pare che metto una mia foto (seduta, con il costume intero, il pareo sulle ginocchia, …il burqua) su Instagram?! Poi sembra che voglia mettermi in mostra!” La realtà è che non abbiamo la stessa dimestichezza delle Winx con l’uso dei filtri.

La magra consolazione è data dal fatto che tra noi e loro (le Winx) qualche annetto passa. Consolazione immediatamente smontata passando al profilo social di una nostra coetanea; le novelle Belen sono le donne che apparentemente hanno una vita uguale alla tua: lavoro, amici, casa, famiglia, in alcuni casi figli… vanno in palestra esattamente come ci vai tu. Tu però ti presenti con la maglia che usi per fare le pulizie della domenica, loro con dei top fluo effetto WOW. I tuoi leggings sono quelli che hai scartato perché soffrono l’usura del tempo, i loro sono in tinta con le scarpe ed effetto push up sui glutei. Non c’è niente da fare, queste ti smontano definitivamente. Le guardi con un misto di ammirazione ed incredulità e non puoi fare nulla se non “dare a Cesare ciò che è di Cesare” con un Like.

In capo a tutto ciò c’è la categoria trasversale delle DONNE SICURE DI Sé. Non hanno età, si mostrano esattamente per come sono, chilo più chilo meno, truccate e parruccate o appena sveglie, senza bisogno di ribadire l’ovvio usando #nofilter. Hanno una consapevolezza interiore tale da apparire belle senza alcuno sforzo.

Forse sono fasi, forse è DNA,… forse in questo mondo così Social non ci riconosciamo fino in fondo… Sta di fatto che un pensiero del genere almeno una volta ha attraversato la mente di ognuna di noi.

Ora mi infilo la tuta e vado a correre… o forse mi butto sul divano e mi attacco alla Nutella…

L’arte del procrastinare

Il titolo la dice lunga: alzi la mano chi non ha mai rimandato al “famoso” domani una qualsiasi cosa (che poi non è mai il giorno dopo).

Tanto per dirne una in linea con questo periodo: il cambio dell’armadio. Quel grandioso momento in cui il tuo guardaroba ti aspetta con il cronometro in mano e le ante spalancate. Avviene ogni tot. mesi… eh si, perché sarebbe troppo facile dire “ogni 6 mesi”, che ne so… inverno ed estate. Invece no! Rialzi la mano chi almeno una volta si è trovata con i top da “15 di agosto” nello stesso cassetto del cardigan da “ponte dell’Immacolata”! E no, care mie fashion victim, non è stato un tentativo di riprodurre uno dei consigli della rivista di turno su come mixare capi talmente versatili da fare il giro del calendario! Si sono ritrovati lì, come due calzini spaiati, in attesa di una sistemazione definitiva, in transizione nella stagione del “che cavolo mi metto?”.

Ora.. questo è solo un esempio. Ne cito altri: la dieta (e qua basta il nome per far tremare l’interno coscia a tutte), gli impegni più seccanti, il pagamento di una multa, la visita ai suoceri,… non solo.

Il vero problema nasce nel momento in cui si iniziano a rimandare cose piacevoli o impegni importanti. è qui che si rischia di entrare in un meccanismo dal quale è veramente dura uscire!

Quel maledetto “lo farò domani” diventa la pillola della buonanotte, il mantra dell’apparente rilassamento, lo scudo delle battaglie di ogni giorno. Dietro al procrastinare si nascondono mille motivi: la paura del fallimento, l’ansia, la (finta) stanchezza fisica (in realtà meno si fa meno si vuole fare).

Non voglio e non posso (non ne ho le competenze) entrare in ambito psicologico.

Il fatto che io stia scrivendo è proprio perché ho deciso di smettere di rimandare. Volevo farlo da tempo e l’ho fatto stasera, così, tra le 19 e le 21. Concludo con una grande, anche se banale, verità: perché rimandare a domani ciò che si può fare oggi?

Proviamoci! Iniziamo con il dedicare 5 minuti al giorno a “quella cosa” che da tanto rimandiamo.

Mi piacerebbe leggere le vostre esperienze.

Ora è arrivato il momento della cena… chissà come mai quella non si rimanda mai!

Eller